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Il libro si chiama "La bellezza e l'inferno", ed. Mondadori - Strade Blu, 17,50€.
Non è un romanzo, ma una raccolta di articoli scritti da Roberto Saviano per alcuni giornali italiani e non, pubblicati tra il 2004 e l'inizio del 2009.


Se non odiassi il cinismo, direi "Il secondo tragico Saviano" per parafrasare Villaggio.
Quasi tutti abbiamo letto Gomorra, e non siamo più riusciti a sbrogliare il nodo allo stomaco, fatto di indignazione e di ribrezzo per le cose narrate e svelate ai più. Forse armato di una dose di (atipico) conformismo e un po' di pigrizia, alla ricerca di 2-3 letture estive l'ho puntato e comprato come "prima scelta", per usare il gergo sportivo americano. Aspettativa: nuovi casi, nuove cosche, nuovi processi, nuovo fiume di dati sui casalesi e sulle "camorre". Non curiosità morbosa (in fondo non ho voluto vedere il film di Garrone) ma bisogno di conoscere, illusione che nella conoscenza diffusa del fenomeno (e i suoi scritti sono un mezzo indispensabile e meraviglioso per qualità della scrittura e completezza dei dati raccolti) sommato ad una nuova, vera e seria scolarizzazione in quei luoghi possa trovarsi la risposta e la soluzione definitiva. Diceva Giovanni Falcone: "La mafia è un fenomeno umano: ha un principio, una sua evoluzione e avrà una fine.". Ma per arrivarci dobbiamo e dovranno trovare la via. Ecco, questa è una ottima strada.

Inizio a leggere. Lo stile è quello, inconfondibile. Sorpresa. Il mondo, il suo mondo, non è fatto solo di cronaca nera, di denunce, di testimonianza di un male diffuso. Si parte, è vero, con un appello disperato (ma è riduttivo) alla sua terra e ai suoi abitanti, un invito a rifiutare quel cancro (se mai ve n'è ancora la possibilità) verso una guarigione sofferta e necessaria: "Chiedo alla mia terra e riesce ancora ad immaginare di poter scegliere. Se è in grado di compiere quel primo gesto di libertà che è pensarsi libera, non rassegnarsi ad accettare come un destino naturale quel che è invece opera degli uomini."
Ma si parla di grandi uomini e grandi donne, ci sono splendidi esempi di piccole esistenze e grandi sofferenze che hanno vinto contro tutto e contro tutti, trattati con sensibilità di poeta e narrati con la perizia che ti aspetti da un premio Nobel per la letteratura. Con i suoi 25, 26 o 29 anni... E poi si citano grandi libri e grandissimi scrittori, piccoli saggi scritti con leggerezza che catturano l'attenzione. Per esempio quello su Michael Herr e il "suo" Vietnam.
Mi prende al cuore e al cervello. Continuo. Due esempi, una musicista che ci ha lasciato e uno sportivo all'apice della carriera.


Miriam Makeba. Mama Africa, morta dopo un concerto tenuto a Castel Volturno l'anno scorso, per ricordare i sei fratelli africani uccisi dalla camorra per dare "l'esempio". Cito: "Se c'è un conforto nella sua tragedia è che si può dire che è morta vicino alla sua gente, tra gli africani della diaspora. E' morta mentre cercava di abbattere un'altra township. E' morta in Africa, l'Africa trasportata qui dalla sua gente, mescolata a questa terra a cui pochi mesi fa ha insegnato la rabbia della dignità. E, spero, pure la abbia della fratellanza.".

Lionel Messi. La Pulce, statura e corpo di bambino, attaccante del Barcellona e della azionale argentina, nato con un talento calcistico pari solo al Diego di napoletana memoria, ma nato altresì con una forma di nanismo (deficienza di somatotropina) che, non curata dall'inizio, l'avrebbe relegato al ruolo di fenomeno calcistico da baraccone. Una fortuna, essere visto giocare da dirigenti del Barcellona che lo convincono a spostare se stesso e la famiglia in Spagna e una promessa: cure costose in cambio di spettacolo fatto di gol e passaggi smarcanti. Affare fatto. Dice Roberto: "La storia di Lionel Messi è come la leggenda del calabrone. Si dice che il calabrone non potrebbe volare perchè il peso del corpo è sproporzionato alla portanza delle ali. Ma il calabrone non lo sa e vola. Messi con quel corpicino, il piccolo busto, i piedi piccoli, le gambette e tutti i suoi problemi di crescita, non potrebbe giocare nel calcio moderno tutto muscoli, massa e potenza. Solo che Messi non lo sa. Ed è per questo che è il più grande di tutti.".

E poi Michel Petrucciani e il doppio miracolo della sua musica. I pugili di Marcianise, ragazzi strappati alla camorra e incamminati allo sport, finiti nei ranghi della Polizia come una sorta di "protezione", arrivati ad una medaglia olimpica, partendo non dal nulla, ma da molto più in basso, dall'inferno. La Politkovskaja e tanti altri.
Due capitoli particolari ma significativi sono quelli dedicati all'amicizia con S. Rushdie e con Joe Pistone (vi ricordate Donnie Brasco del film? la sua storia trasportata in 70mm). Tutti e tre accomunati dalla difficoltà di sopportare decenni di protezione (che vuol dire una vita "non-vita") ma la fierezza di aver fatto la cosa giusta, senza secondi fini, senza opportunismi celati o non, senza ripensamenti, per il bene di tutti, per giustizia, o - per Rushdie - "perchè solo un'umanità libera di raccontarsi come vuole è un'umanità libera.".


Chiudo. C'è una specie di saggio verso la fine, in cui si parla a lungo, o - forse - poco per quanto si è meritato, di Isaac Singer, nobel per la letteratura. Mi vergogno e ammetto la profonda ignoranza che mi pervade, ma io non l'ho proprio mai sentito. Figuriamoci se l'ho mai potuto leggere.... Ebbene, c'è una parte finale che tratta in modo diverso del sesso, nella vita come nella letteratura, di "una forza ingovernabile che riesce a eternare la vita contro la boria razionale". Cito: "Singer sa che la ragione della non-vita non può nulla contro la folle diavoleria della carnalità. Si può decidere di non dare più vita, non permettere più a nessuno di vivere l'inferno della Terra, dolore, angoscia, miseria, ma la passione e l'amore non hanno piani e i racconti di Singer mostrano che la sessualità non vuole altro che compiersi senza badare a ciò che sarà e a quanto è stato. Come scrive Baudelaire 'La voluttà unica e suprema dell'amore consiste nella certezza di fare il male. E l'uomo e la donna sanno dalla nascita che nel male si trova ogni voluttà.'".
Non so che effetto abbia fatto su di voi, ma il lato passionale del mio cervello è in festa. P.S.: quell'altro, quello razionale dico, è in vipera....

Lunghissimo. Vabbè. Se anche noioso, allora vi chiedo scusa.
Spero di avervi fatto venire la voglia di leggerlo, se non volete acquistarlo posso prestarvelo io. Magari Lorena prima, io adesso, abbiamo istituito una nuova forma di "pubblicità-progresso", contro le zelighiane pubblicazioni. Ma vanno bene anche quelle, basta che non siano le sole. A presto.

Ora, quando ho pensato alla categoria Golia di questo blog mi immaginavo di ritagliare uno spazio a vicende, mie o di altri, in cui il protagonista vessato si batteva contro il gigante, fosse il lavoratore contro l'azienda, fosse il cittadino contro lo Stato, fosse il consumatore contro la multinazionale, fosse l'onesto contro la mafia.

E forse l'accezione è giusta anche per quello che sto per dire. Certo che ne estende un po' il significato, ma - mi perdonerete - è il post di avvio e quindi mi prendo la licenza poetica.

Prima parte. Iniziamo dalla notizia: per la prima volta nella mia vita mi sono iscritto ad un partito. Diremo alla fine quale. Come dissi nel post Anno zero questo è il luogo dove metto a nudo aspetti sconosciuti ai più, e - giuro - stavolta anche a me. Qualcosa è cambiato in me, e forse oggi mi è più facile riconoscerlo. E' l'età, sicuro. Ehi laggiù in fondo! Niente battute sui miei primi 44 anni. E state tranquilli, non scriverò un diario come la (contessa) Marina nazionale.

Ed è un qualcosa che parla di indignazione che prende forma. Non che prima non ci fosse, ma ora sta prendendo coscienza e sta trovando la forza di venire fuori. Se vado avanti così, a preamboli... starete per chiudere il browser. No, dài, ancora un minuto.

Italia, Bel Paese dei giorni andati, ideologie, partiti politici, governi che si succedono. Se un filo conduttore comune ci vede tutti noi italiani legati e (per la maggioranza) infelici o insoddisfatti, ebbene questo filo conduttore parla di ingiustizie palesi nei confronti dei deboli e degli onesti. Da parte di poteri forti, ma anche del sistema Paese (odioso neologismo frutto di un conformismo ineluttabile), di governanti dal sorriso ipocrita e dalle loro leggi, di venditori di speranze dietro le quali c'è un interesse economico malcelato e traditore, di un malcostume diffuso a tutti i livelli. Quante volte abbiamo guardato inorriditi Report (che Dio protegga sempre Milena e i suoi collaboratori), quante volte siamo rimasti svegli la notte seguente a pensare, con la rabbia che ci saliva oltre le pupille, con la voglia di partire il giorno seguente armati, novelli Douglas di "Un giorno di ordinaria follia", ansiosi di scoprire cosa il giorno dopo sarebbe successo, speranzosi che una rivoluzione di popolo, silenziosa ma legale e ordinata producesse quella "giustizia" che era stata negata.

E invece... ha ragione Travaglio, non siamo un paese normale. Il giorno dopo, se proprio siamo fortunati, uno, massimo due quotidiani importanti ne parlano, poco, quasi mai gli altri canali TV di stato o (figurati!) privati. Facciamo un censimento delle cose che ci rimangono: Gabibbo (ha mandato al gabbio Vanna Marchi & soci), Report (vero esempio giornalismo di inchiesta senza filtri, sull'ultimo canale TV pubblico non marchettaro), Beppe Grillo e le informazioni del suo blog, la nostra indignazione, se non diventa frustrazione al punto di trasformarci in mostri. La Giustizia? Ci sono giudici bravi, che producono giudizi indipendenti ed imparziali, ed io penso che siano anche la maggioranza. Ma si sta cercando di ghettizzarli, screditarli, renderli impotenti. Caz.., io voglio far vincere l'ottimismo della volontà, abbiamo le nostre idee, che posso cambiare le cose, traendo spunto da quella indignazione sana che ci portiamo appresso. Abbiamo la Costituzione, e dobbiamo tenerla stretta, con i denti, difenderla, insegnarla. Da qualche giorno gira via posta elettronica e sui blog il testo di un discorso di Piero Calamandrei sulla scuola, mai fu più errato l'adagio "Nemo profeta in patria". Stiamo parlando di un padre fondatore della Repubblica, stiamo parlando del 1950. Cercando su Internet altro materiale su Calamandrei, ho trovato il testo di un altro discorso, e - guarda il caso - è tenuto davanti a studenti, un commovente - forse disperato - inno alla libertà e alla Costituzione. Del 1955. Scusate la presunzione, ma vi consiglierei di leggerli, ne vale la pena.

Cosa posso o possiamo tutti offrire a noi stessi, alla nostra indignazione, a chi è vittima di ingiustizie oltre al Gabibbo, alla Gabanelli, ai Travaglio e ai giornalisti indipendenti, alle sparate di Grillo?

Seconda parte. Le idee. Certo, le idee, ma le idee hanno bisogno di viaggiare, altrimenti restano nei nostri crani, e viaggiano poco, diciamo qualche decimetro, dalla nostra bocca alle orecchie di pochi eletti. E se siamo bravi, se scegliamo bene gli uditori, magari ripartono e percorrono altri decimetri, un po' come insegnano i cattivi maestri del multilevel marketing. Se viaggiano poco servono a poco, la storia insegna, la democrazia vince sull'oppressione quando le idee viaggiano, i saggi l'hanno capito, i Cinesi no, ma capiranno prima o poi. Internet è un meraviglioso regalo del destino, uno strumento fondamentale e maledettamente democratico, che raggiunge tutti, indipendente, libero, impossibile o difficile da fermare. Usiamolo, e usiamolo bene.

Se guardiamo al passato, anche recente, diciamo venti-venticinque anni fa, idea coincideva sempre e solo con ideologia. E ideologia coincideva sempre e solo con partito. Un cavolo di sillogismo, per quel simpatico anticonformista che sono. Una mia (grande) insegnante al liceo diceva "Non fatevi ingannare da chi dice che a scuola non si deve fare politica. Tutto è politica, la vita stessa è politica.". Estendiamo il concetto a tutto ciò che ci circonda. Se politica significhi - poi - progresso o regresso, bè, questo è il vero problema. Ne parliamo male, ne misuriamo l'incapacità, ne segnaliamo gli errori, qualunque colore abbia, ma ne dipendiamo. Politica è esercizio del potere, la differenza sta nel "chi lo possiede" (prediligo la democrazia, scusate) e "a favore di chi lo esercita". E con una solida base, che ha un nome antico che sta passando di moda: onestà. E appoggiata ad un elemento indispensabile: la società civile, intesa come insieme di esseri umani con la volontà di darsi delle regole e la capacità di rispettarle. No, se lo dico è solo perchè, a parer mio, questa società civile spesso si è comportata e si comporta come un gregge.

Non ho mai scelto un partito, non mi sono mai riconosciuto in uno, se non, in un certo senso, per circa quindici anni nel Partito Radicale. Questo non significa che non votassi, non ne ho mai mancata una. Ma che non votavo il Partito con P maiuscola, mi sentivo libero di cambiare, anche e soprattutto perchè partiti che non si siano sporcati le mani, in un modo o nell'altro, nella nostra storia non ne ricordo. E' sempre dipeso dall'umore (mio) del momento, dagli avvenimenti del periodo, dagli uomini politici che in quel momento vi abitavano.

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Torniamo all'indignazione, il minestrone scuoce. Troppo facile rifarsi agli avvenimenti recenti della nostra politica nazionale, all'impatto delle scelte del nostro esecutivo, fatte o in via di completamento, spunti talmente numerosi ed evidenti da causare scrupoli di coscienza in chi li avverte come errori, come pericoli. Quanti ingredienti mi si offrono: tagli al bilancio della scuola pubblica, norme salvifiche per manager birichini, lodi alfaniani riparatori per marachelle imperiali (quattro più alte cariche dello stato). Calamandrei, Dio mio, possano i tuoi miseri resti cessare di ruotare rabbiosamente! Qualcuno suggerisce - magari - risparmi dalle Province, dai mille enti inutili che supervedono alla costruzione del ponte sullo stretto e di altre infrastrutture. Ma, signor Presidente, perchè mai abbiamo promesso (agosto 2008) a Gheddafi 5 miliardi per danni di guerra mentre uccidiamo la scuola dei più piccoli togliendone ben 8? E che succede al prode 3mountains, impavido scudiero offeso dai marràni che tentarono ad inizio ottobre di inserire norme per i propri amici manager assassini della più volatile delle imprese pubbliche? Alla Camera sta bussando in punta dei piedi, in gran silenzio, come un grande esempio di educazione d'altri tempi, una norma che rende impossibile punire le condotte illecite dei manager che hanno portato Alitalia al punto attuale. Quale spugna si sta cercando di passare, novelle casalinghe, su fatti e misfatti pagati da noi tutti a caro prezzo? E sperando nel perdono del maestro Foscolo, voglio così ricordare un grande esempio, un vero difensore dei giusti e degli onesti da una giustizia matrigna e megèra:

[...] Il sacro vate Alfàno,
placando quelle afflitte alme oneste col canto,
il prence arcoriano eternerà per quante
abbraccia terre la gran madre Italia.
E tu onore di pianti, cittadino, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finché il Sole
risplenderà su le sciagure umane.

[279-295 - Dei Sepolcri]

Svelo il segreto. Ho bisogno di credere che le cose possano cambiare, che dal sogno mi risveglierò sudato ma felice per lo scampato pericolo. Dobbiamo credere che si può, che possiamo mandare a casa quelli che ci stanno governando, con la legge, con il voto, con le idee, senza le ideologie, con il buon senso, con l'onestà. Rifiutiamoci di seguire come un gregge pavido e felice un pastore ingannatore, cambiamo il voto, ascoltiamo, analizziamo, critichiamo, accettiamo quello che c'è di buono nelle loro proposte (ci sono buone ragioni, molte idee sono ineccepibili), riconosciamo invece il confine tra l'interesse di pochi e l'interesse di tutti. Sostituiamoci a una classe politica incapace, che dovrebbe rappresentare le nostre ragioni, che fatica ad essere propositiva, che dipende dalla propria storia da cui fatica a staccare la spina del tempo.

E allora ho scelto una forza nuova, non coinvolta. Si chiama Italia dei Valori. Adesso deve trasformare in fatti le parole scritte nel proprio statuto. Vedremo quello che saprà e che potrà fare, vedremo se meriterà il voto, la fiducia. God bless Italy, Dio ci protegga. Io ci credo: se si vuole, si può.

Questa è l'inaugurazione ufficiale della categoria ASCA.

Chi "mastica" di info providers potrebbe confonderla con l'agenzia di stampa. Nulla di più falso.

Ammetto la leggerezza, ma calzava proprio bene per il messaggio embedded nella categoria: Affidabile, Sincero, Caparbio, Anticonformista. Già, parlo di me. DEVO SEMPRE E SOLO DESCRIVERE I MIEI DIFETTI, EH?!!

Uncle singer, stavolta voglio pettinarmi con la riga in mezzo, indossare la mia giacca preferita (bianca doppiopetto, di lino), i miei occhialoni Ray Ban con lenti fotocromatiche e sfoltirmi 25 anni.

E dài, chi non mi fa più amico può andare a quel paese (for english people: To go fly a kite!). Amen.


Ho pensato che per un'inaugurazione seria ci vuole una colonna sonora adeguata, come minimo. E allora parto con i miei Dieci Immortali su C60, in audio digitale.

Grazie a Sisifo Felice per la rivelazione.

Vai su http://www.mixwit.com/lordjack/dieci-immortali e clicca al centro del nastro. Buon ascolto Wink

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L'industria ha inventato la pianificazione.
Per noi pianificare è necessario perché, in fondo, il nostro lavoro è assimilabile per quantità e organizzazione ad un processo industriale.
Resta un forte dubbio sulla nostra capacità di produrre pianificazioni efficaci, a causa della qualità del prodotto: software.
Esperienza insegna che una corretta pianificazione industriale, atta a produrre con un costo e una qualità costanti nel tempo, richiede un laboratorio lungo e difficile.
Dopo la prima fase di laboratorio si parte con la produzione, sulla base dei dati raccolti, e in una (sicura) seconda o terza fase si opera un tuning (correzioni) al processo, ai materiali, alle macchine e all'organizzazione, tale per cui si arriva a valori pressochè costanti di produzione. Dopodichè non si operano più modifiche di alcun genere.
Oppure si parte con un nuovo laboratorio per il test delle modifiche richieste, sempre con la coscienza che lo sforzo potrebbe anche non produrre un risultato migliorativo. Al limite si giunge alla rinuncia, restando col prodotto iniziale. Capita.

Alla base del ragionamento ci sono alcuni valori molto costanti:
- il prodotto è definito e non cambia per lungo tempo (50%)
- il materiale scelto dopo un'attenta valutazione non cambia (20%)
- le macchine che non cambiano comportamento (20%)
- l'organizzazione e risorse umane sufficientemente costanti nel comportamento e nella resa (10%)
Risultato: produrre nella manifattura richiede pianificazione, ma il successo è sicuro perché fortemente indipendente dalle componenti variabili.

Software:
- il software non lo producono né mai lo produrranno le macchine, ma le persone.
Produrre software ha alla base la creatività, molto più vicina alla produzione dell'artigiano che alla produzione industriale. Poca o nessuna ripetitività.
- l'obiettivo non è mai definito al 100%. E' indubbio che qualunque analisi dei requisiti porti con sé il pericolo di dimenticare, o sottostimare, o non rilevare alcune necessità utente. Il laboratorio è quindi reso impossibile (o inutile), in toto o in parte. Nessuno impone mai - per ovvi motivi - a nessun'altro limiti alle scelte, a laboratorio iniziato. L'obiettivo si sposta, di poco o di molto, in continuazione.
- materiale indefinito. Il software prodotto, e il software middleware sul quale si basa, e il s.o. sul quale si appoggia, non sono così conosciuti nella loro molteplicità di interconnessioni e interscambi. Perfino segliere un prodotto leader di mercato non dà garanzie assolute perché ogni utilizzo ne disegna contorni e comportamenti diversi.
- tempo stimato: stimare con precisione il tempo necessario per produrre e testare un software è impossibile. Il requisito non è mai identico ad alcun modello esistente, con l'esperienza e con modelli molto simili si può arrivare a stimare con buona approssimazione, ma si tenga conto che i modelli riproducibili (simili ai prodotti industriali) sono pochissimi. Ogni software è completamente nuovo per molte ovvie ragioni.

Forse manca il coraggio di ammetterlo.

Ci sono aziende della dimensione di Microsoft che hanno rimandato di 2 anni l'uscita di un sistema operativo. Con oltre 50mila dipendenti e con una mentalità americana alla base, due componenti che ci differenziano. Eppure hanno sforato alla grande. Non ne hanno fatto un dramma, forse ci hanno anche rimesso molto denaro.
Qualche collega commerciale e non informatico sostiene che "il mercato è veloce e noi siamo delle lumache". Forse.
Risponderei così:
- serve tempo per produrre software di qualità
- serve tempo per consolidare
- limiti artificiali (per quanto necessari) al tempo sono un limite alla qualità
- servono risorse di qualità, e la qualità - a parte alcuni aspetti legati al DNA - la fanno l'esperienza e quindi il tempo. Esperienza nell'uso dei linguaggi, dei middleware. Ma anche conoscenza degli ambienti.

Chiedo scusa ad entrambi, e sono scuse sincere. Mi scuso perchè non so trattenere un pensiero, ed è un pensiero che esce fuori violento, un fiume in piena che mille volte ho fermato, ma che ora voglio che arrivi giù in fondo, lento e inesorabile. E mi scuso pure perchè sarò teatrale, ma fa parte del carattere, ed è un carattere forte, caparbio, anticonformista, sincero. Niente rancore in me, sia ben chiaro.
Di cosa parlo? Parlo di quello che succede, di quello che è appena successo e sta ancora succedendo, magari anche di quello che succederà. Parlo di vecchi sfoghi con la voce rotta dall'emozione davanti ad Antonio che mi ascoltava come un confessore. Voglio parlare solo di quello che conosco, di quello che abbiamo fatto, di quelli che conosco e di quello che ho visto. Ho visto (mi sembra di essere Blade Runner...) ingiustizie, ho visto migliaia di ore di lavoro dedicate ad una causa che ci hanno spiegato essere la nostra, ore sottratte alla gioia dei nostri cari, ore tolte alla nostra salute, ore rubate alle nostre passioni. Ho visto impegni presi a denti stretti e portati a compimento in silenzio. Uomini e donne stanchi passare ore la notte su tastiere ingiallite e unte. Parlo di soldati, di caporali.
Impallidiscono queste cose di fronte alle vostre sere, notti, sabati, domeniche, ne sono consapevole. E tutti, ufficiali compresi, per arrivare al giorno del Giudizio con il compito fatto, con il quaderno ordinato, con il vestito stirato, le borse sotto agli occhi e un silenzio rispettoso, educato, piemontese. Ci hanno chiesto di conquistare montagne, e non è una metafora, ci hanno dato il tempo per dieci ma intanto ne sono arrivate venti, cinquanta, e altre ne sono continuate ad arrivare. Le abbiamo scalate senza fiato, perchè di fiato non ce n'era più. Ci hanno dato uomini, attrezzature. E noi abbiamo ripagato con idee, impegno, risultati. Ma il tempo non è bastato. Antonio, ricordi che ho detto più di una volta che il tempo mancava per fare quanto ci chiedevano. E intanto ci chiedevano di più. La qualità delle cose non può prescindere dal tempo, sia esso lavoro artigianale o di concetto. Ho detto che eravamo bravi e fortunati, i più bravi e i più fortunati. Ma adesso la fortuna ha rallentato, si è dedicata ad altri...
Quello che ora sta avvenendo e nessuno avrebbe voluto vedere, è che sembrano ricordarsi solo dei nostri errori, quelli fatti per sfinimento, o risultato della fretta, o per aver scelto la priorità giusta allora. Errori? Il massimo in quelle condizioni. Anzi, di più.
E allora parlo di ingiustizie, di scorrettezza. Ne parlo a voi, soltanto a voi due, perchè uno sfogo ha un senso solo se esce allo scoperto. I proclami dall'alto sulla squadra sono sempre strumentali perchè interessati. Il mio è molto più piccolo ma parte dal basso e ricorda i meriti del soldato semplice, del sergente, del sottotenente, del capitano e del colonnello. Tutti quelli che il campo di battaglia l'hanno calpestato, e spesso era fango se non peggio. Ivano, da uomo a uomo, quello che non deve mai sparire è l'uomo, specialmente quando l'uomo ha la coscienza pulita, e la nostra, tutti noi ragazzi o ex-ragazzi fino a te, è orgogliosa e fiera. Non so quanti sarebbero arrivati al nostro livello.
'Benvenuto nel mondo reale' mi hai detto Antonio, stasera. Quarantaquattro anni non mi bastano per farmene una ragione, forse ne serviranno altri cento, io non ho fretta. Intanto la nostra solidarietà e la nostra soddisfazione onesta, fiera, di uomini e professionisti è qua e si tocca. Grazie. A noi stessi però, questo teniamocelo stretto. Scusate, dovevo e volevo dirlo, a nome mio come sempre. Buona notte.

Avevo detto a me stesso che non sarei mai arrivato a questo punto. Quale punto?! Al punto di mettermi a nudo di fronte a tutti. Chi mi conosce lo sa bene, riservato è l'aggettivo che mi piace di più, in cui più mi riconosco, parlo delle cose più intime, personali. Ma non solo. Da piemontese, forse un po' orso, sicuramente sincero, schivo al punto da apparire snob. Non ho mai avuto un diario personale, neppure da adolescente, perchè le idee mi piace esporle, quasi un bisogno ancestrale, una droga. Le mie idee, un valore inestimabile. L'amore per la dialettica, il bisogno di comunicare a voce o per iscritto. E ora? Senza sforzarmi poi troppo, due motivi li vedo già: uno, la memoria si affievolisce, a 18 anni ero un portento. Oggi forse l'età o lo sviluppo di logica e senso critico per necessità di vita l'hanno un po' sacrificata. Scripta manent, e sto pensando per me, soprattuto. Due, un pizzico di esibizionismo, un po' in tutti campi, abbigliamento compreso Wink. E allora ci provo, mi sfido e vi sfido. Mi fido a continuare con solerzia, vi sfido ad ammettere cosa già conoscevate di me e cosa - invece - scoprite di me su questo foglio virtuale, che vi stupisce, che vi intriga, che vi rivolta, che vi eccita. A presto, spero a prestissimo allora, soprattutto per il mio amor proprio.
Una nota soltanto: il nome non è affatto originale, riprende il titolo del libro di Tommaso Campanella. Mi è rimasto in mente dal liceo, come una sana aspirazione al sommo bene, senza necessariamente uscire dalla dimensione laica e atea che difendo strenuamente da quando avevo appena dodici anni, e senza etichette o colori politici.